Caccia, sondaggio Ipsos Doxa: il 75% degli italiani chiede di abolirla o ridurla fino a farla scomparire. Enpa: «La politica ascolti il Paese»

La ricerca realizzata per Fondazione Capellino su 7.002 maggiorenni registra una forte attenzione per biodiversità e tutela della natura. D’Angelo: «Dati che assumono un significato ancora più forte mentre in Parlamento si discute la vergognosa proposta di legge 2984, ‘sparatutto’»

Tre italiani su quattro chiedono che la caccia venga abolita, progressivamente ridotta fino a scomparire oppure circoscritta a pochi casi di emergenza. È uno dei dati principali della nuova ricerca Ipsos Doxa per Fondazione Capellino, condotta su un campione di 7.002 cittadini italiani maggiorenni tra il 28 luglio e il 4 agosto 2026.

Per Enpa, i risultati dell’indagine mostrano una distanza significativa tra la sensibilità espressa da una larga parte della popolazione e la direzione delle modifiche alla normativa venatoria attualmente all’esame del Parlamento.

Il 74% degli intervistati considera prioritaria la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Sul futuro della caccia, il 75% si colloca nelle posizioni che vanno dalla sua abolizione alla progressiva scomparsa o alla limitazione a pochi casi di emergenza. Soltanto il 3%, secondo la ricerca, vorrebbe invece che l’attività venatoria fosse incentivata.

«Sono numeri che meritano di essere ascoltati», commenta Giusy D’Angelo, presidente nazionale Enpa. «Ci dicono che la tutela degli animali selvatici e della biodiversità non è una richiesta marginale o confinata al mondo delle associazioni. È una sensibilità largamente presente nella società italiana. E mentre il Paese chiede maggiore protezione della natura, il Parlamento sta discutendo modifiche alla legge 157/92 che avrebbero conseguenze gravissime e che, come Enpa, abbiamo fortemente contestato».

Il 61% considera elevato l’impatto ambientale della caccia

L’indagine restituisce anche altri dati. Il 61% degli intervistati considera molto elevato l’impatto ambientale della caccia, mentre il 23% lo giudica minimo. L’82% considera inoltre l’attività venatoria non del tutto sicura o per niente sicura anche per le persone che possono incontrare cacciatori durante le proprie attività nei boschi e sui sentieri.

Quando viene chiesto quale futuro immaginino per le aree rurali italiane, il 53% indica il turismo naturalistico lento tra le attività capaci di produrre nei prossimi vent’anni benessere, salute e nuovo lavoro; il 50% guarda alle nuove professioni legate a un’economia rispettosa della natura. La caccia viene indicata dal 3%.

Un elemento sottolineato dalla ricerca è inoltre la trasversalità delle opinioni sulla tutela della biodiversità, che non risultano riconducibili a un’unica appartenenza politica. La ricerca è stata realizzata online con metodo CAWI su 7.002 maggiorenni, selezionati attraverso quote relative a genere, età, scolarità, condizione occupazionale, area geografica e dimensione del comune di residenza.

D’Angelo: «Un dato che pesa mentre si discute la proposta sulla caccia»

Per Enpa, questi numeri acquistano particolare rilievo alla luce dell’iter della proposta di legge C. 2984, Saparatutto già approvata dal Senato e attualmente all’esame della Commissione Agricoltura della Camera. Il provvedimento interviene sulla legge 157 del 1992, la normativa quadro sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sul prelievo venatorio. Enpa è stata audita alla Camera il 7 luglio nell’ambito dell’esame del testo.

«Da una parte abbiamo una società – prosegue D’Angelo – che attribuisce un valore sempre maggiore alla biodiversità, agli animali selvatici e alla possibilità di vivere boschi e territori come patrimonio comune. Dall’altra assistiamo a tentativi di modificare la normativa sulla caccia cancellando la protezione della fauna per optare invece sulla gestione della fauna. La politica dovrebbe interrogarsi seriamente su questa distanza».

La presidente nazionale dell’Associazione richiama anche il principio sancito dall’articolo 9 della Costituzione, che affida alla Repubblica la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

«La fauna selvatica non appartiene ai cacciatori e non può essere trattata come una risorsa a disposizione di una minoranza», conclude D’Angelo. «È patrimonio della collettività e la sua tutela riguarda tutti. Questi dati mostrano che una parte molto ampia degli italiani chiede di andare verso una maggiore protezione della natura. È una voce che le istituzioni hanno il dovere di prendere sul serio».

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