In una nota congiunta, ENPA, LAC, LAV, LIPU, LUPUS IN FABULA e WWF Marche intervengono in merito alla recente annunciata firma, presentata con toni trionfalistici, di una Convenzione tra Ente Parco del Conero, URCA Marche e una non meglio specificata “associazione di protezione ambientale”, finalizzata alla gestione condivisa del primo Centro di Raccolta e di Lavorazione della carne di selvaggina (cinghiale e altri ungulati) all’interno di un’area protetta.
Il Centro, dotato di due celle frigorifere e di locali per lo stazionamento delle carcasse, la scuoiatura, l’eviscerazione, il dissanguamento, il sezionamento e la macellazione, sarebbe costato all’Ente Parco circa 45.000 euro. In esso non confluiranno soltanto i cinghiali uccisi all’interno dei confini del Parco del Conero, ma anche quelli abbattuti nel resto del territorio durante le battute di caccia programmata e di controllo.
Il tutto con l’obiettivo dichiarato di realizzare la “Filiera regionale della carne di selvaggina”, in nome di una presunta “moderna visione della gestione faunistica” e della “valorizzazione delle risorse”.
La “risorsa” in questione sarebbe il cinghiale, che da mero “problema” sociale, creato dai cacciatori e da una caccia accanita cui questa specie è sempre stata sottoposta, diventa improvvisamente, come nelle favole, la classica “gallina dalle uova d’oro” da cui trarre profitto, ma non per tutti.
Questa operazione di puro “marketing” nasconde molteplici aspetti ambigui e contraddittori, in aperto contrasto con le leggi e le normative nazionali ed europee che regolano la gestione delle aree protette e della fauna selvatica.
Ricordiamo al Presidente del Parco del Conero che un Ente Parco è “un’entità pubblica non economica che gestisce un’area protetta” e che i suoi obiettivi istituzionali sono la “conservazione, la protezione e la valorizzazione del territorio, della flora, della fauna e del paesaggio, nonché la promozione della ricerca e dell’educazione ambientale”.
Non rientra certamente tra tali finalità l’impiego di risorse pubbliche per costruire e gestire un centro di lavorazione delle carni di selvaggina.
Inoltre, la “fauna selvatica”, come cinghiale, capriolo, cervo e altre specie, non viene mai considerata una “risorsa” in nessuna norma italiana o europea. Al contrario, la Legge n. 157/1992 stabilisce che essa è “patrimonio indisponibile dello Stato” ed è “tutelata nell’interesse della collettività”, quindi di tutti i cittadini, compresi quelli che non praticano la caccia, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.
L’istituzione di una “Filiera della carne di selvaggina”, con la creazione di centri per lo stoccaggio e la lavorazione della carne come quello realizzato nel Parco del Conero, porterà inevitabilmente alla trasformazione della caccia in una vera e propria “industria”. Ciò determinerà un incentivo agli abbattimenti, subordinati a maggiori guadagni per i cacciatori, in palese contrasto con gli obblighi di tutela e conservazione propri di un Parco naturale.
La naturale conseguenza sarà la proliferazione della popolazione di cinghiale, già oggi favorita dall’abuso senza limiti della pratica della “braccata”, la modalità di caccia meno selettiva, che comporta l’abbattimento degli esemplari più anziani e determina un’immediata risposta riproduttiva da parte dei soggetti più giovani.
Un’ulteriore contraddizione è rappresentata dal fatto che nelle Marche, come in altre Regioni, venga permesso l’allevamento del cinghiale, anche a fini di riproduzione e ripopolamento, soprattutto nelle Aziende Faunistico-Venatorie e nelle Aziende Agri-Turistico-Venatorie. Non a caso, proprio queste ultime sono state recentemente trasformate in “imprese” con finalità economiche e di profitto, grazie a un emendamento introdotto dal Governo nella Legge di Bilancio.
La caccia, tuttavia, non può essere guidata da logiche di mercato e non può autosostenersi economicamente, tanto meno sfruttando la fauna selvatica, che è un bene appartenente a tutti i cittadini. È necessario porre fine a questa ambiguità: se la Regione intende incentivare la filiera della carne di selvaggina e considerare il cinghiale una “risorsa”, allora lo si equipari a una specie di allevamento, come il maiale.
Ma a quel punto dovrebbe essere vietata anche la caccia, sottraendo ai cacciatori e quindi agli A.T.C. il monopolio gestionale della fauna selvatica, assegnato loro dalla politica come “merce” di scambio elettorale e rivelatosi nei fatti un completo fallimento. Perché è evidente, anche a un bambino, che affidare la gestione e il “contenimento” di una specie come il cinghiale a chi da quella gestione trae un beneficio economico non porterà mai a una reale riduzione numerica della popolazione.


