Lupi. L’appello delle associazioni: “Italia respinga la propsta di abbassare lo status di protezione”

Abbassare lo status di protezione del lupo, come propone la Commissione europea, sarebbe una decisione fondata non su solide basi scientifiche, ma su motivazioni squisitamente politico-elettorali. La proposta dev’essere quindi respinta: invece devono essere promosse, finanziate e rigorosamente applicate misure per assicurare la convivenza tra comunità locali e lupi – le uniche veramente efficaci ai fini della prevenzione – e garantita all’opinione pubblica una corretta informazione sulla diffusione e sul comportamento della specie e dei grandi carnivori in generale. Lo scrivono le associazioni ENPA, Federazione Nazionale Pro Natura, LAV, Legambiente, LEIDAA, LNDC Animal Protection, OIPA e WWF in una nota indirizzata al governo italiano, alla vigilia della riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue che inizierà a preparare l’incontro del Consiglio europeo ambiente sulla proposta, fortemente sostenuta dalla presidente Ursula von der Leyen.
Non esiste alcuna valida motivazione per accogliere la proposta, in considerazione anche della piaga del bracconaggio che, solo in Italia, colpisce centinaia di individui. Sarebbe la prima volta che l’Ue presenta al Comitato permanente della Convenzione di Berna la richiesta di abbassare lo status di protezione di una specie, per di più iconica, in piena contraddizione con la propria agenda “green” di tutela della biodiversità e con l’opinione della maggioranza dei cittadini europei che chiedono più garanzie per la difesa del patrimonio naturale.
Se l’obiettivo è quello di accontentare le frange estremiste del mondo degli allevatori non virtuosi, che si rifiutano di applicare qualsiasi strumento di prevenzione, si ricorda che il controllo del lupo in alcuni Stati membri si è rivelato inutile e, anzi, più dannoso, poiché aumenta le predazioni. Se il problema esiste, è perfettamente risolvibile applicando i sistemi di prevenzione – almeno due in contemporanea tra recinzioni mobili, cani da guardiania, sorveglianza – strumenti che rimangono inapplicati o non adeguatamente utilizzati. Peraltro, i danni sono risibili. Per intenderci, ogni anno i presunti lupi (poiché spesso è impossibile stabilire se proprio di lupi si tratta) predano lo 0,065 per cento degli ovini allevati in Europa, animali non adeguatamente protetti. Non solo: i livelli di predazione sono più bassi dove la presenza di grandi carnivori è stata continua rispetto alle aree in cui sono scomparsi e ritornati negli ultimi 50 anni. L’incidenza dipende anche dalla disponibilità di prede naturali (in tal senso si ricorda il ruolo fondamentale dei lupi nel controllo di specie ritenute nocive come i cinghiali), dalle caratteristiche del paesaggio e dall’utilizzo delle misure di protezione.
Ad oggi quindi la possibilità di declassare il lupo per poi consentirne le uccisioni da parte degli Stati membri è del tutto ingiustificabile. Ci sono altre soluzioni soddisfacenti, purtroppo ignorate, per agevolare la convivenza tra l’uomo e i grandi carnivori. In più si smentirebbero gli impegni internazionali dell’Unione, compreso l’ “Accordo-quadro globale sulla biodiversità di Kunming e Montreal” che sul tema ha la stessa importanza dell’accordo di Parigi sul clima.
Le associazioni si augurano, inoltre, che il prossimo evento di LIFE WolfAlps EU, tre giorni fitti di incontri tra specialisti e amministratori in programma dal 17 al 19 maggio, serva a consolidare la politica di rigorosa protezione seguita finora. Peccato che si organizzi a Trento, dove, l’anno scorso, è partito il primo tentativo (fallito) di uccidere dei lupi legalmente.

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