In merito all’interrogazione del Vicepresidente del Consiglio Regionale Giacomo Rossi sugli avvistamenti di lupi nei centri abitati, nella quale si afferma che “l’Assessore Bugaro ha già contattato i sindaci anche tramite i Prefetti, comunicando la possibilità di attuare il protocollo ISPRA che prevede la cattura di esemplari in caso di casistiche problematiche ed il consecutivo rilascio in aree idonee”, riteniamo doveroso chiarire alcuni punti, perché così si rischia di ingannare i cittadini e illuderli con soluzioni vane e irrealistiche. Così una lunga nota cogiunta di Amici Animali Osimo, Enpa, Lac, Lav, Lipu, Lupus in fabula e Wwf Marche, in merito all’interrogazione del vicepresidente del Consiglio regionale Giacomo Rossi, cui aveva replicato martedì in aula l’assessore Giacomo Bugaro.
Perché “catturare e spostare i lupi” non è una soluzione
Prima di tutto, il lupo, nonostante il declassamento, resta una specie protetta: non possono essere Sindaci, Prefetti o singole Regioni a decidere se, come e quando catturare eventuali esemplari e trasferirli altrove.
Inoltre, anche ipotizzando uno “spostamento”, il risultato sarebbe temporaneo: un territorio “liberato” verrebbe rioccupato in breve tempo da un altro branco. Sull’Appennino un branco (in genere 5–6 lupi al massimo) occupa territori molto ampi, delimitati e difesi; se il branco “occupante” viene rimosso, un altro tende a subentrare rapidamente.
Il lupo non è in “grande espansione”
Non è vero che la popolazione del lupo in Italia sia in forte crescita. La struttura del branco e la dinamica riproduttiva non portano automaticamente ad aumenti, anche perché molti giovani non sopravvivono e una parte significativa della mortalità è legata a bracconaggio, avvelenamenti, trappole e investimenti stradali.
Nell’ultimo monitoraggio (2021) ISPRA ha stimato circa 3.300 lupi in Italia: un numero che, rapportato al territorio nazionale, evidenzia una densità bassa e un areale ormai sostanzialmente “saturato”, con il ritorno del lupo in zone storiche da cui era stato sterminato negli anni ’70.
Predazioni: cosa dicono i dati sulla dieta
È falso anche sostenere che il lupo prediliga animali d’allevamento o domestici e che tali predazioni siano in aumento. La dieta del lupo è composta in larga parte da fauna selvatica, soprattutto cinghiale (oltre il 70%), poi altri ungulati e nutria; gli animali d’allevamento e d’affezione rappresentano una quota molto ridotta e vengono colpiti soprattutto quando sono lasciati incustoditi e senza misure efficaci di prevenzione (recinzioni adeguate, cani da guardiania, buone pratiche).
Molti episodi attribuiti ai lupi, amplificati da social e cronaca, risultano inoltre enfatizzati o non verificati, alimentando allarmismi.
Nessun “pericolo” per l’uomo
Non esiste un “pericolo” per l’uomo dovuto alla presenza del lupo: è un animale schivo, intelligente, che tende a evitare l’essere umano.
Il vero nodo: città più attrattive per la fauna
Il problema non è il lupo che “invade” la città, ma la città che è diventata più attrattiva per la fauna selvatica. Una causa rilevante è la caccia in braccata al cinghiale, che disperde i branchi e spinge soprattutto i giovani verso i centri abitati, dove trovano cibo (rifiuti, discariche) e protezione (in città la caccia è vietata). Seguendo la sua principale preda, anche il lupo può avvicinarsi alle aree urbane.
Cosa chiediamo: soluzioni serie e responsabili
Per ridurre la presenza di lupi (e altri selvatici) nei centri abitati servono misure concrete:
•Vietare la caccia in braccata al cinghiale su tutto il territorio regionale;
•Gestione seria dei rifiuti da parte dei Comuni, soprattutto nelle aree periferiche e collinari;
•Evitare l’alimentazione artificiale del lupo, per non renderlo confidente con l’uomo;
•Campagne di informazione ai cittadini sui comportamenti corretti in caso di incontro;
•Sostegno concreto agli allevatori, con recinzioni adeguate, cani da guardiania e misure di protezione efficaci.
Sono indicazioni coerenti con quanto richiesto da ISPRA, dal mondo scientifico e dai progetti europei sulla coesistenza. Una Regione responsabile dovrebbe muoversi in questa direzione, senza cavalcare la paura e senza proporre scorciatoie irrealistiche che rischiano di alimentare ulteriori conflitti sociali.


