È una delle tecniche di pesca più diffuse e controverse, al centro di un acceso dibattito tra esigenze economiche e tutela degli ecosistemi marini: la pesca a strascico torna sotto i riflettori grazie a una nuova analisi che valuta il suo impatto non solo sul piano economico, ma anche ambientale e climatico. Lo studio pubblicato su Research Square, intitolato “The Value of Bottom Trawling in Europe”, analizza i dati di 20 Paesi europei, evidenziando quanto questa pratica – che consiste nel trainare reti pesanti lungo il fondale marino – contribuisca all’economia della pesca, ma anche a una significativa emissione di CO₂ e alla distruzione degli habitat bentonici, fondamentali per la biodiversità marina.
Un modello economico non più sostenibile
Il valore economico della pesca a strascico, in termini di prodotto sbarcato e posti di lavoro, resta rilevante in diversi Paesi costieri europei. Tuttavia, il report sottolinea come, in molti casi, questa tecnica sia meno efficiente dal punto di vista economico rispetto ad altre forme di pesca, e spesso mantenuta in vita grazie a sussidi pubblici che ne mascherano la reale sostenibilità finanziaria.
L’aspetto più allarmante riguarda però il costo ambientale nascosto: lo strascico disturba il fondale marino, rilascia carbonio immagazzinato nei sedimenti e contribuisce al degrado degli ecosistemi profondi, con effetti a cascata sulla fauna marina, inclusi pesci, invertebrati e mammiferi marini. In un periodo storico segnato dall’urgenza climatica e dal declino della biodiversità, continuare a sostenere una tecnica così impattante appare sempre più anacronistico.
Un rischio per l’ambiente e per gli animali marini
La pesca a strascico è spesso associata a elevati livelli di bycatch, ovvero la cattura accidentale di specie non bersaglio, tra cui tartarughe, squali, cetacei e molte specie protette. La distruzione del fondale compromette inoltre le aree di riproduzione e crescita dei pesci, rendendo più vulnerabili anche le popolazioni ittiche commerciali. «È necessario rivedere profondamente le politiche di gestione della pesca – affermano diversi esperti europei citati nel report – privilegiando metodi selettivi, sostenibili e a basso impatto. La transizione ecologica del settore ittico non può più essere rinviata».
Verso un nuovo paradigma. Non c’è protezione animale senza protezione ambientale
Occorre annullare gli investimenti pubblici per tutelare il mare e le comunità costiere. A livello europeo, le politiche del Green Deal e della strategia per la biodiversità dovrebbero sostenere questo cambio di rotta, premiando chi sceglie la sostenibilità e disincentivando pratiche che compromettono il clima e la vita marina.
Il mare non è solo una risorsa da sfruttare, ma un ecosistema da custodire. Proteggere i suoi fondali significa difendere gli animali marini, la biodiversità e la salute del pianeta. In un momento in cui gli effetti del cambiamento climatico si fanno sempre più evidenti, anche il modo in cui peschiamo dice molto della direzione che vogliamo dare al nostro futuro.
Cosa fare? Scegliere una alimentazione veg
Il Consiglio Europeo di Agricoltura e Pesca ha introdotto l’obiettivo di eliminare gradualmente la pesca a strascico entro il 2030. L’Italia è stata l’unico Paese a opporsi a questo divieto totale sostenendo la necessità di tutelare i pescatore e il settore del Made in Italy. Ma contro chi deturpa e devasta l’ambiente per interessi economici, la soluzione è semplice: è importante scegliere una alimentazione veg evitando di mangiare sia carne sia pesce.


