Il presunto “dog trainer n. 1 in Italia” inciampa sull’economia dei rifugi: i suoi conti sono fantasie e danneggiano chi si occupa quotidianamente di benessere dei cani

In un video diffuso sui suoi canali social, il signor Tommaso Castellano (che con malcelata modestia e invidiabile autostima si definisce “il dog trainer n. 1 in Italia”) ha sostenuto che affermare che le adozioni “svuotano i canili” sia falso, e ha costruito questa tesi su una serie di numeri che meritano una verifica puntuale. Ce ne occupiamo non per polemica, ma perché si tratta di affermazioni diffuse a un pubblico molto ampio e prive di qualsiasi fonte citata: diffondere numeri sbagliati su un tema delicato come il randagismo rischia di generare sfiducia verso chi, ogni giorno, si occupa concretamente di questi animali.

Le affermazioni del signor Castellano, in sintesi:
1) Ogni cane in un box di un rifugio varrebbe tra i 7 e i 15 euro al giorno.
2) Molti volontari vivrebbero di queste somme, con un tenore di vita elevato.
3) Cento cani genererebbero 360.000 euro l’anno, rendendo un canile una fonte di rendita.
4) Il sistema varrebbe, in Italia, 1 miliardo e 700 milioni di euro l’anno.
5) I cani “che hanno morso” sarebbero quelli più redditizi perché destinati a restare in struttura e a generare guadagni a vita.
6) Esisterebbero molte finte onlus (forma giuridica peraltro non più esistente) che incasserebbero decine di migliaia di euro al mese.

 

Cosa dicono davvero i dati

Nessuna di queste cifre trova riscontro nelle fonti ufficiali disponibili e sarebbe bastata una verifica rapida per accorgersene.

La delibera ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione, non un social network) n. 527 del 17 dicembre 2025 fotografa una realtà opposta a quella descritta dal Castellano: i Comuni italiani, nella gestione dei canili, presentano spesso una programmazione carente o assente, un uso improprio dell’affidamento diretto e – soprattutto – tariffe giornaliere per cane “incongrue e insufficienti a garantire standard qualitativi adeguati”; tariffe che non tengono mai conto di variabili come taglia, età e comportamento. L’Autorità indica come alternativa gli strumenti di co-programmazione e co-progettazione previsti dal Codice del Terzo Settore, che ENPA sostiene da anni: con questi strumenti i Comuni rimborsano le spese effettivamente sostenute dal gestore, non versano una cifra fissa slegata dai costi reali.

Sul presunto “guadagno” di 7-15 euro al giorno per cane, i dati ufficiali raccontano un’altra storia, ben diversa da quella rappresentata da Castellano. L’unica Regione che fissa per legge una tariffa giornaliera è la Puglia, con 5,10 euro per cane, definita “non negoziabile”, ma applicata concretamente solo da una minoranza dei Comuni pugliesi. Quella cifra deriva dalla media (adeguata all’inflazione Istat) della forbice indicata dal Ministero della Salute nel 2010 (tra 3,50 e 4,50 euro giornalieri per cane, come da nota ministeriale prot. 5909/2010) per coprire vitto, custodia, profilassi sanitaria e gestione del rifugio: una stima di costo, non un margine di profitto. E finanche la forbice ministeriale del 2010 è oggi un miraggio in molti Comuni. Nella grande maggioranza dei casi, per le associazioni gestire un cane in rifugio rappresenta un costo netto, coperto da risorse proprie e non da immaginarie “rendite”.

 

Perché è importante dirlo

Chi conosce da vicino il fenomeno del randagismo sa che il volontariato, per definizione, non può generare utili, e che le associazioni serie si confrontano ogni giorno con un deficit strutturale di risorse, non con margini di guadagno. Generalizzare sulla base di numeri senza fonte e senza riscontro rischia di delegittimare chi lavora quotidianamente per il benessere animale, con l’approccio della sussidiarietà che la stessa ANAC oggi riconosce come modello.

ENPA invita chiunque diffonda informazioni pubbliche su questi temi a citare le fonti dei dati che propone, con responsabilità, come richiede una corretta informazione. E ricorda a tutti un messaggio semplice: adottare un cane in rifugio resta la scelta giusta sostenuta da fatti verificabili, non da sortite sui social.

 

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