I primi caprioli arrivati quest’anno al Centro Recupero Animali Selvatici (Cras) dell’Enpa di Genova stanno crescendo e hanno raggiunto un’importante tappa del loro percorso di recupero. Dopo le prime settimane trascorse sotto le cure dei veterinari e degli operatori, i giovani ungulati sono stati trasferiti negli spazi esterni del centro, dove possono muoversi liberamente tra prato e bosco, in un ambiente più simile possibile al loro habitat naturale.
Molti di loro erano stati recuperati quando avevano solo poche settimane di vita e necessitavano di assistenza continua. Oggi, essendo in fase di svezzamento, possono trascorrere sempre più tempo all’aperto, riducendo al minimo il contatto con le persone.
Per il personale del Cras si tratta di un passaggio fondamentale. Limitare l’interazione con gli operatori consente infatti di preservare la naturale diffidenza nei confronti dell’uomo, un elemento indispensabile per garantire ai caprioli maggiori possibilità di sopravvivenza una volta tornati in libertà.
Nonostante i risultati positivi raggiunti, dall’Enpa di Genova arriva però un nuovo appello ai cittadini. Molti dei piccoli ricoverati, infatti, non erano realmente orfani.
Ogni primavera, spiegano gli operatori, numerosi cuccioli vengono sottratti inutilmente alla madre da persone convinte di salvarli. In realtà la femmina di capriolo lascia spesso i piccoli nascosti nell’erba alta o tra la vegetazione mentre si allontana temporaneamente per alimentarsi, tornando poi regolarmente ad accudirli.
Il recupero, in questi casi, interrompe il naturale rapporto tra madre e cucciolo e costringe gli animali a un lungo percorso di allevamento artificiale che, pur svolto con professionalità, non potrà mai sostituire completamente le cure materne.
Per questo il Cras dell’Enpa rinnova l’invito a non intervenire autonomamente in presenza di un giovane capriolo apparentemente solo. Prima di raccogliere un animale selvatico è sempre opportuno contattare un Centro Recupero Animali Selvatici o le autorità competenti, così da valutare se sia davvero necessario intervenire.
Un gesto compiuto in buona fede, infatti, può trasformarsi involontariamente in un danno per l’animale che si vorrebbe salvare.


