Declassamento del lupo, tutti i contenuti della conferenza al Senato: scienza, diritto e moratoria al centro

Nella conferenza stampa ospitata ieri nella sede istituzionale al Senato,  ENPA, LAV, LNDC Animal Protection, WWF Italia e Fondazione Capellino, giuristi e rappresentanti politici hanno fatto fronte comune contro l’ipotesi di “declassamento” del lupo – il passaggio da specie “rigorosamente protetta” a “protetta” – collegato alla modifica della Direttiva Habitat e al relativo recepimento nell’ambito della legge di delegazione europea. Il filo rosso di tutti gli interventi: nessun obbligo automatico per l’Italia di arretrare nella tutela, assenza di basi scientifiche per giustificare la scelta, rischio di alimentare conflitti e illegalità, e una richiesta condivisa: adottare una moratoria di almeno un anno per fermare decisioni affrettate.

De Cristofaro: “Non siamo d’accordo. Nessun obbligo per l’Italia, ma un arretramento gravissimo”

Ad aprire i lavori è stato il senatore Peppe De Cristofaro (AVS), che ha spiegato perché ha accolto la richiesta delle associazioni: il tema arriverà in Parlamento e riguarda un provvedimento che, all’articolo 7, introduce il declassamento. La sua posizione è netta: contrarietà.

De Cristofaro ha insistito su un punto politico e giuridico: la modifica europea, per come richiamata, non imporrebbe automaticamente ai Paesi membri un arretramento, perché lascia margini alle specificità nazionali. E l’Italia – ha ricordato – ha una normativa che considera il lupo specie particolarmente protetta. Proprio per questo, a suo giudizio, la scelta di declassare risulta ancora più grave: dopo oltre 50 anni, un simbolo di biodiversità e cultura rischia di diventare oggetto di “controllo” regionale fino alle uccisioni.

Il senatore ha inoltre collocato la vicenda dentro un quadro più ampio: un cambio di paradigma sulla fauna e sulla caccia, con tentativi di stravolgere la legge 157/1992. Sul piano scientifico, ha contestato le motivazioni del declassamento: gli avvistamenti in aree antropizzate non indicherebbero sovrappopolazione, ma espansione naturale favorita da disponibilità di cibo e carenza di prevenzione; mentre la mortalità per cause antropiche sarebbe già alta. Conclusione: indebolire le tutele significa esporre la specie a rischi concreti, in un contesto in cui – secondo molti studiosi – la popolazione non è “al sicuro”.

Procacci: moratoria, piano randagismo e stop all’ibridazione

Dopo De Cristofaro, Annamaria Procacci dell’Ente Nazionale Protezione Animale, ha ringraziato per l’iniziativa e ha portato in modo sistematico il pacchetto di richieste delle associazioni.

Prima richiesta: moratoria di un anno. Un “congelamento” di qualunque decisione sul declassamento per permettere conoscenza e delibera responsabile, denunciando che troppi aspetti scientifici e giuridici vengono ignor

ati o distorti.

Poi il cuore dell’argomentazione: “chi è il lupo”. Procacci lo definisce bioregolatore per eccellenza, predatore che contribuisce a contenere ungulati e cinghiali. Da qui la critica a una narrazione ritenuta contraddittoria: chi invoca fucili contro il lupo spesso invoca anche lo “sterminio” dei cinghiali senza collegare i due temi.

Sul nodo numerico (“quanti lupi ci sono?”) ha contestato la validità delle stime circolate anni fa, citando evidenze scientifiche recenti secondo cui una quota significativa sarebbe composta da ibridi (incroci lupo–cane), collegand

o il fenomeno al randagismo e alla responsabilità umana. Da qui la seconda richiesta: un piano straordinario nazionale di piena applicazione della legge sul randagismo (281/1991) per ridurre progressivamente l’ibridazione, definita un rischio oggi persino più insidioso delle vecchie campagne di sterminio.

Procacci ha poi indicato un terzo fronte: bracconaggio e mortalità antropica (veleni, fucilate, lacci, investimenti volontari), con l’appello a rafforzare l’azione istituzionale. E ha chiuso richiamando la cornice costituzionale: l’articolo 9 tutela biodiversità ed ecosistemi nell’interesse delle future generazioni.

Fondazione Capellino: “Il fucile non è bioregolatore. Gli abbattimenti non funzionano”

A seguire, l’intervento della Fondazione Capellino (con i saluti del presidente Piergiovanni Capellino, assente). Edgar Meyer ha spiegato la specificità della fondazione: proprietaria al 100% di Almo Nature, con destinazione del 100% dei profitti netti a progetti per biodiversità, ambiente e animali. Un modello presentato come “unicum” in Italia.

Nel merito: pieno sostegno alla moratoria e difesa del lupo come bioregolatore. L’intervento ha portato un esempio concreto: in Pianura Padana, dove il lupo è ricomparso, si osserva – secondo quanto riferito – un calo delle nutrie, mentre i piani di eradicazione basati su uccisioni sarebbero ciclici e inefficaci.

Poi il punto più politico: la narrazione secondo cui “il cacciatore è bioregolatore” viene respinta come storytelling. E soprattutto: i piani di contenimento tramite uccisioni “non funzionano”, come indicherebbe la letteratura scientifica e l’esperienza svizzera. Uccidere lupi può disgregare i branchi, aumentare la dispersione di giovani inesperti e quindi – paradossalmente – aumentare predazioni e coppie riproduttive, moltiplicando i branchi.

Chiusura con un messaggio attribuito a Capellino: “La politica non rimanga sorda alla scienza, non ci costringa alla lotta.”

LAV (Massimo Vitturi): “L’approccio ideologico è il declassamento. E gli obblighi degli allevatori restano”

Massimo Vitturi ha ringraziato per l’incontro e ha ribaltato un’accusa frequente: non sarebbero “ideologiche” le associazioni, ma l’operazione di declassamento, vista come risposta a interessi di minoranze: allevatori che non vogliono prevenzione e cacciatori che vedono nel lupo un concorrente.

Vitturi ha chiamato in causa le responsabilità delle istituzioni: non aver accompagnato il ritorno del lupo con informazione, educazione e strumenti di accettazione sociale, lasciando i cittadini tra paure e stereotipi.

Sul piano scientifico ha citato il professor Luigi Boitani per ribadire che gli abbattimenti non riducono le predazioni; la strada sarebbe prevenzione, formazione e informazione. Ha ricordato anche la posizione di ISPRA: anche con tutela ridotta, le regioni non avrebbero una “scorciatoia”, perché servirebbe comunque un parere (obbligatorio, seppur non vincolante) e motivazioni solide per discostarsene.

Poi un passaggio giuridico centrale: non cambia l’obbligo di custodia degli animali allevati. Vitturi ha richiamato il d.lgs. 146/2001 (recepimento della direttiva 98/58) e l’allegato che impone ripari adeguati per animali tenuti fuori dai fabbricati, anche dai predatori. Messaggio agli allevatori: la responsabilità di prevenzione resta; e una “caccia ai lupi” sarebbe, oltre che inefficace, un atto di violenza che non risolve il conflitto.

LNDC Animal Protection: ricorsi UE, “forzature” procedurali e il paradosso delle quote

L’intervento di Michele Pezone, LNDC Animal Protection ha ricostruito il percorso europeo e i contenziosi in corso. Secondo quanto esposto, l’iter partirebbe dal settembre 2024, con la richiesta di revisione della Convenzione di Berna, poi seguita dal passo successivo sulla Direttiva Habitat (richiamata come “del giugno dell’anno scorso”). LNDC e altre associazioni avrebbero presentato ricorsi al Tribunale dell’Unione Europea, tuttora pendenti, denunciando assenza di basi scientifiche e forzature legislative (maggioranze, audizioni saltate, accelerazioni).

Sullo scenario italiano, è stata contestata una “corsa in avanti” del Ministero con provvedimenti pubblicati prima della conclusione del percorso di recepimento parlamentare. Il punto politico: se la direttiva non è vincolante nelle scelte nazionali e se i ricorsi sono pendenti, accelerare sarebbe irrazionale.

Elemento numerico forte: il dato delle quote di abbattimento concordate (secondo quanto riferito) tra Ministero e ISPRA, pari a 160 lupi in tutta Italia. Un numero definito “esiguo” e paradossale dopo un percorso politico così invasivo. Il confronto è con un secondo dato: l’associazione Io non ho paura del lupo avrebbe registrato, su base quinquennale e da fonti ufficiali, circa 327 lupi l’anno trovati morti per mano dell’uomo (bracconaggio, incidenti, avvelenamenti). Conclusione: il rischio è tornare a uno scenario “anni ’70”.

LNDC ha rilanciato anche un tassello politico: una proposta di legge di iniziativa popolare con 50.000 firme certificate, che include la richiesta di mantenere la tutela rigorosa del lupo, segnalando inoltre lo “scollamento” tra un decreto ministeriale di declassamento e la permanenza della tutela rafforzata nella 157/92. Tra le priorità: rafforzare cabina di regia antibracconaggio, dati ufficiali sul livello di protezione degli allevamenti, prevenzione.

WWF: “Indebolire la tutela significa premiare l’illegalità”

Domenico Aiello del WWF ha scelto un incipit simbolico: una citazione da Esclusi dall’Arca (Fulco Pratesi, 1978) per dire che le dinamiche di allora assomigliano a quelle di oggi. E ha portato un esempio attuale: in Emilia-Romagna, i Carabinieri forestali avrebbero comunicato il ritrovamento nel 2025 di 10 lupi avvelenati.

Il WWF ha insistito su tre idee:

1.Il declassamento alimenta l’illegalità già difficile da contenere.

2.Il dibattito è distorto da slogan e carriere politiche costruite sulla disinformazione.

3.La conservazione non è “contare pallottole”, ma qualità, continuità territoriale e specificità: Canis lupus italicus come sottospecie distinta in un mosaico di popolazioni europee.

Sul piano giuridico, è stato sottolineato l’effetto pratico: riduzione delle sanzioni, già giudicate insufficienti, e dunque un messaggio implicito a chi uccide illegalmente. Agli allevatori, un messaggio duro: “vi stanno prendendo in giro” perché l’uccisione non risolve in modo strutturale; per incidere davvero servirebbe arrivare a percentuali incompatibili con lo stato di conservazione e con la direttiva.

Il WWF ha parlato di “assedio” normativo (emendamenti, DDL, forzature di recepimento), ribadendo che non c’è obbligo di recepire in modo peggiorativo. Chiusura con una nuova citazione di Pratesi: agire rapidamente per salvare specie in pericolo, con aree protette, divieti, sensibilizzazione ed educazione e limitazione della caccia.

Voci politiche e società civile: comunicazione, Commissioni, Piano Lupo e unità delle opposizioni

Nella parte finale, diversi interventi hanno aggiunto elementi politici e di strategia.

Carla Rocchi, presidente nazionale Enpa ha proposto di affiancare ai dati scientifici un lavoro sull’immaginario collettivo: la comunicazione efficace, anche “slogan”, contro paure antiche. Tra le frasi più riprese: l’idea che l’ultima aggressione all’uomo in Italia risalirebbe a tempi remotissimi (citazione usata come “notizia forte” per disinnescare l’allarmismo). E l’invito a costruire una contronarrazione.

•La senatrice Gisella Naturale ha riferito l’esito in Commissione Politiche Europee: bocciati gli emendamenti sulla tutela del lupo e sulle pratiche di prevenzione, e l’approdo in Aula “la prossima settimana”, con amarezza per l’esito.

Andrea Costa ha richiamato il tema del Piano Lupo, dicendo di averlo richiesto ripetutamente in passato alla Conferenza Stato-Regioni senza che venisse messo all’ordine del giorno. Ha proposto di rafforzare monitoraggio (non ogni 3 anni, ma più frequente) e ha lanciato una provocazione: se il lupo pesa poco sui danni al bestiame, quanto pesano i cacciatori in vite umane?

•L’avvocata Maria Chiara Giovinazzo ha sintetizzato i profili di illegittimità alla base dell’impugnazione della direttiva: vizi procedurali, scarsa base scientifica e carenza di diritti partecipativi. Ha aggiunto un punto pratico: se i giudici UE dovessero dichiarare illegittima la direttiva, l’Italia sarebbe costretta a tornare indietro; e anche davanti al giudice nazionale potrebbero aprirsi rinvii pregiudiziali, motivo in più per non accelerare.

•L’onorevole Eleonora Evi (PD) ha definito il declassamento “follia” senza basi scientifiche e legali, chiedendo un ruolo di “argine” delle opposizioni e annunciando un momento alla Camera per presentare e discutere dati sulla mortalità del lupo; ha rivendicato unità e un cambio d’impostazione nel PD citando la segretaria Schlein.

•La capogruppo Luana Zanella (AVS) ha chiuso chiedendo di non aspettare e di puntare almeno alla moratoria, se non a “prendere tempo” fino alla prossima legislatura. Ha insistito sulla contronarrazione contro disinformazione e immaginario distorto; e ha ricordato i costi pubblici per i danni di altre specie (cinghiali, nutrie) come argomento a favore del lupo “bioequilibratore”. Ha anche citato un episodio emblematico di approssimazione: un lupo scambiato per cane e finito in canile.

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