Mentre il Senato si accinge ad esaminare tra poche ore, in aula, la legge di Delegazione Europea, in cui all’articolo 7 è previsto anche il declassamento del lupo, e ad esprimere il voto finale, i lupi continuano a morire.
Ultima notizia quella proveniente dal Trentino, dove nella sola Provincia autonoma, in un mese, ben quattro sono stati uccisi e due feriti a causa di investimenti. Ma in un solo mese, secondo le dichiarazioni di studiosi, in Italia abbiamo perso almeno trenta lupi.
Questo mentre imperversano le fake news su lupi dappertutto, addirittura autori di aggressioni, e c’è chi semplicemente scambia un cane per il Canis lupus italicus. Le regioni giocano al rialzo sulle cifre segnalate da ISPRA come tetto massimo da poter uccidere, addirittura, la Regione Toscana, non contenta, ha affidato con finanziamenti pubblici a Federcaccia e Coldiretti il monitoraggio dei lupi. Proprio in quella regione in cui il fenomeno dell’ibridazione, cioè l’incrocio con cani vaganti o abbandonati, secondo gli studiosi è particolarmente elevato e minaccia la stessa sopravvivenza della specie.
Il lupo come nemico. Quella che è diventata una vera ossessione per una parte del mondo politico alimenta un clima di tensione sociale e di ingiustificato allarme. A trarne vantaggio è anche il bracconaggio, già molto diffuso.
Per questo l’Ente Nazionale Protezione Animali rivolge un appello al Ministro dell’Interno affinché intervenga per spegnere gli incendi antilupo che stanno alimentando questo clima. Uccidere un lupo per tutelare gli allevamenti non serve a nulla, se non a mettere in crisi una specie che in passato è già stata ridotta sull’orlo dell’estinzione.
È invece urgente adottare quei metodi di prevenzione delle predazioni che ormai sono ben noti e che dovrebbero costituire la priorità per gli amministratori a tutti i livelli.
Chi vuole “dare una lezione al lupo” con gli abbattimenti sa benissimo che un lupo morto non può imparare nulla. Forse non sa, o non vuole sapere, che neppure il branco a cui appartiene imparerà: anche perché i colpi di fucile arrivano da lontano. Al contrario, la dispersione dei branchi porterà gli individui a puntare sulle facili prede degli animali da allevamento, magari incustoditi.
Questa cattiva politica non fa certo un favore agli allevatori, come insegna l’esperienza della Svizzera, dove, dopo una forte opposizione dell’opinione pubblica, si sta facendo strada la consapevolezza che le stragi di lupi hanno finito per incoraggiare nuove nascite.
Il declassamento del lupo è un fallimento: delle politiche di conservazione, della scienza. È anche una profonda ferita per la cultura degli italiani.


