Carne bovina dal Brasile fuori dal mercato UE da settembre: in gioco il rispetto degli standard sul benessere animale

L’Unione europea ha escluso il Brasile dalla lista dei Paesi autorizzati a esportare verso il mercato comunitario animali vivi e prodotti alimentari di origine animale. La decisione, formalizzata dalla Commissione europea, entrerà in vigore il 3 settembre 2026 e riguarda bovini, equini, pollame, uova, prodotti dell’acquacoltura, miele e budella.

La motivazione è tecnica ma tutt’altro che secondaria: il Brasile non rispetta le norme europee sul controllo degli antibiotici in zootecnia. Un tema che riguarda direttamente il benessere degli animali allevati, oltre che la salute dei consumatori. L’abuso di antibiotici negli allevamenti intensivi è infatti una delle principali criticità riconosciute dalla comunità scientifica internazionale sia sotto il profilo sanitario che per le conseguenze sul benessere degli animali.

Nella lista pubblicata nel 2024, il Brasile figurava tra i Paesi abilitati all’export di carne bovina, pollame, pesce e miele verso l’UE. Oggi è l’unico membro del Mercosur assente dall’elenco aggiornato.
La notizia arriva mentre l’accordo di libero scambio tra Mercosur e Unione europea è entrato in vigore in via provvisoria il 1° maggio scorso, suscitando forti resistenze da parte di molte organizzazioni agricole europee. In questo contesto, il provvedimento è letto anche come un segnale politico sull’impossibilità di accettare prodotti che non rispettino le stesse regole imposte agli allevatori europei.

I numeri in gioco sono considerevoli: nel 2025 le esportazioni brasiliane di carne bovina verso l’UE hanno raggiunto 128.900 tonnellate, per un valore di oltre un miliardo di dollari, con una crescita del 75,5% rispetto all’anno precedente. L’Unione europea è il terzo mercato di destinazione per valore delle esportazioni brasiliane del settore.

Per Enpa, la vicenda conferma ancora una volta che le norme europee sul benessere animale e sull’uso dei farmaci negli allevamenti rappresentano uno standard minimo irrinunciabile: non solo un obbligo per i produttori europei, ma un criterio di accesso al mercato che deve valere senza eccezioni per tutti i Paesi esportatori. Ma la scelta da fare, che riguarda ciascuno di noi, è rinunciare al consumo di carne e di pesce per ragioni etiche (gli allevamenti intensivi sono barbarie), di salute (la carne fa male), ambientali (gli allevamenti rappresentano una delle principali cause dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico).

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